Valle Mosso, 2 novembre 2008
Commemorazione 40° alluvione 1968
Buongiorno e benvenuti a tutti in questa mattinata che vogliamo dedicare a ricordare i quarantanni che ci separano dallalluvione che ci ha colpiti nella serata del 2 novembre 1968.
Un saluto da parte mia e di tutti i Sindaci e gli amministratori del territorio alle famiglie delle vittime, alle autorità presenti e a tutti voi.
Vogliamo cominciare con le parole di Renè Fiorio operaio tessile biogliese, sindacalista e poeta locale, scritte in un dialetto ..... arcaico........
Allalba di domenica 3 novembre, passata la tragica nottata, giunge a Valle Mosso la colonna dei primi soldati della Centauro.
La ricordo ancora quella lunga colonna di soldati in fila indiana ,che attrraversano il centro del paese, eravamo ancora immersi nel buio, la mamma ci aveva svegliati, venite alla finestra a vedere... stanno arrivando i soldati per aiutarci.
Gran parte della notte lavevamo passata in piedi in Prelle a liberare per quanto possibile dal fango i negozi e la scala di casa e il marciapiede, e proprio il nostro essere per molte ore in strada quella notte ci aveva permesso di intuire cosa stava succedendo, era il medico dottor Franco Bozzo ad informarci con il suo andirivieni per il paese, per cui è stato insignito in seguito dal Comune di Valle Mosso... la casa crollata dai Piana con le sue vittime... la casa crollata a Campore con le sue vittime... la frana dellAlbergo Fiorina... il ponte caduto al Batur... erano le notizie più allarmanti.
Sono oggi con noi le rappresentanze di quei militari insigniti della Medaglia di bronzo al valore civile con le motivazioni che vi leggo: "In occasione di una violenta alluvione si prodigavano generosamente, con uomini e mezzi, in difficili ed estenuanti interventi di soccorso alle popolazioni colpite, contribuendo validamente a contenere e ridurre i disastrosi effetti della calamità".
Salutiamo il generale Fausto Rubicondo, ufficiale nel 1968 a capo del gruppo di genieri che ricostruì ponti e non solo nel biellese e nella nostra vallestrona, salutiamo lufficiale a capo del gruppo di rappresentanza dei Reparti del 131° Battaglione Genio Pionieri Ticino e della XXV Brigata Bersaglieri. Salutiamo ancora il Tenente Colonnello Ruocco, in rappresentanza dellArma dei Carabinieri e Capparoni in rappresentanza dei Vigili del Fuoco, tutti determinanti in quei difficili momenti di emergenza.
... Vi invito a salutarli con un affettuoso applauso anche oggi in occasione del 40° anniversario....
Più di 60 i morti, oltre 100 i feriti, 250 case distrutte, 300 famiglie senza tetto, più di 100 le aziende coperte dal fango, 13.000 i dipendenti senza lavoro, danni calcolati intorno ai 30 miliardi di allora; questi i freddi numeri della tagedia.
Le persone che hanno vissuto quei momenti hanno saputo ricostruire il paese e le loro vite, anche se ancora oggi i ricordi sono limpidissimi.
La memoria non è venerare le ceneri ma preservare il fuoco
è in qs. frase che si esprime lo spirito di questo 40° anniversario.
Quel preservare il fuoco che tanto ci sta a cuore, significa che il ricordo delle vittime e degli eventi, vuole proporsi come una rivisitazione del passato, ma anche come un momento propositivo per riprogettare il futuro, dando risalto ad alcuni aspetti emblematici di quella vicenda.
In quella drammatica situazione emerse la tenacia e la forza di volontà della gente attraverso la pronta opera di ricostruzione. La forza e la volontà di andare avanti con grande dignità di fronte all'incredibile dolore per la perdita di familiari ed amici.
Lalluvione e la voglia di ricostruzione, divennero slancio di modernizzazione delle aziende e delleconomia biellese.
La solidarietà di tanti giovani che da tutta Italia raggiunse la valle dello Strona per portare sostegno ed aiuto, divenne un valore su cui quella generazione di giovani costruì la propria identità.
Ma nulla è conquistato per sempre, non fanno eccezione i valori della solidarietà, della tenacia e della capacità imprenditoriale, ogni generazione li deve riconquistare per sè questi valori e se ne deve riappropriare. Ogni generazione deve saper PRESERVARE IL FUOCO acceso dalle generazioni che la hanno preceduta.
Su queste tracce si sviluppano gli eventi legati al 40° che intendono coinvolgere i cittadini biellesi, a partire dalle giovani generazioni che non hanno conosciuto quei tragici momenti ma che ne devono conoscere la portata e le azioni conseguenti, perchè diventino memoria collettiva di tutti, consapevoli come siamo che solo chi conosce profondamente il passato in cui si fondano le proprie radici è in grado di progettare un futuro credibile e fondato.
Viviamo tutti noi, in una valle che è in una fase delicata di cambiamento, che sta modificando in questi primi anni del nuovo millennio la sua identità.
Non nascondo le difficoltà che ci stanno di fronte, ci siamo considerati fino a pochi anni fa una sorta di città fabbrica, un luogo in cui il lavoro ha forgiato il territorio, la cultura ed il modo di vivere della gente, un luogo scandito dal suono delle sirene che ne hanno da 200 anni scandito i tempi di lavoro e di riposo.
Un territorio fondamentalmente operaio, di gente con le idee chiare che sempre si è assunta la responsabilità dei propri doveri e da sempre è consapevole dei diritti che ne devono derivare. Un paese di operai ricchi si potrebbe dire, di valori certo, ma anche di capacità economica che deriva da un lavoro qualificato ma anche stabile e duraturo nel tempo.
Oggi non è più così, la capacità delle imprese di dare lavoro è diminuita, alcune semplicemente hanno chiuso e altre ancora sono in un momento delicato della loro vita; resta la valutazione che in valle di Mosso esiste il cuore del tessile biellese, la filiera delleccellenza che può guardare con una certa fiducia al futuro, possiamo contare su una generazione di imprenditori molto legati al territorio che si stanno in questi anni spendendo molto per le loro aziende e per i loro operai e quindi per la nostra valle.
Ma certo è sempre più diffusa la precarietà del lavoro, che incide sul modo di vivere e sul modo di pensare e di affrontare la vita, in un territorio in cui, va detto, il 10% della popolazione proviene dallest europeo o dal sud del mondo, mischiando religioni e aspettative di vita diverse. Il rischio che corriamo, voglio essere molto chiaro con voi, è che questo territorio di operai possa diventare un territorio in cui si campa invece di avere lorgoglio di vivere come è stato fino ad ora. Serpeggia un disagio sociale che non è nel nostro DNA, si potrebbe dire lavoro precario uguale a modo di vivere precario in cui le priorità e anche i doveri si sfumano fino a perdersi, in assenza di diritti.
Condivisione è la parola chiave che la Valle di Mosso deve mettere al centro per pensare al futuro, o facciamo nostro il valore della condivisione delle responsabilità e dei progetti, o non facciamo linteresse della gente.
Per noi amministratori significa SAPER ASCOLTARE il territorio, inteso come entità imprenditoriale, sociale e culturale, e significa cambiare passo.
Mi spiego meglio, fino ad ora lo sviluppo era delegato alle imprese, alla capacità degli imprenditori; agli enti locali, Municipi in testa, era delegata la gestione dei servizi sociali, strade, scuola e quantaltro.
Da oggi non è più così, anche gli enti locali devono divenire in sinergia con le imprese, protagonisti nella progettazione di nuovi ambiti di svipuppo futuro; è un compito nuovo, difficile, ma è una fatto che dobbiamo cominciare a cimentarci con tutto ciò, privato è bello ma non basta più, lo abbiamo capito tutti da destra e da sinistra.
E guardate io oggi voglio parlare chiaro, stiamo vivendo in questultimo periodo, parlo degli ultimi mesi e delle ultime settimane, il momento più difficile della crisi che è planetaria ormai. Anche le aziende più forti e attrezzate a fronteggiare i momenti difficili, in questo periodo stanno subendo qualche contraccolpo, e non ne avevamo bisogno dopo gli ultimi 4-5 anni di grande difficoltà.
Tutto questo crea instabilità e paura nelle persone, che poi può sfociare nel risentimento, nella xenofobia che ci fa apparire come nemico tutto ciò che è diverso lo straniero così come il bimbo monello che non sa stare a scuola; può sfociare nella paura che SVUOTA IL FUTURO, nellincapacità di sperare e perfino di desiderare.
Leggevo nei giorni scorsi un corsivo di Marco Vitale sul Sole 24 Ore, esprimeva concetti che ho visto ripresi nei giorni successivi dal presidente UIB Donatelli, che sono interessanti e vorrei dire positivi per il nostro territorio biellese.
Il titolo era emblematico leconomia malsana, leconomia vera, Vitale parla di una nuova aristocrazia avida e selvaggia che si è instaurata negli ultimi 20 anni nel campo bancario e finanziario, che sta facendo pagare un conto spopositato a tutti noi, il talebanismo del mercato. Un mostro che va ricondotto alla ragione democratica, perchè la democrazia non è un concetto astratto ma un modo concreto di regolare la vita di tutti noi, tutti i giorni. La crisi dice ancora, serva per ripensare una strategia di supporto alle realtà produttive.
E il biellese, questo il nostro punto di forza, è una realtà manifatturiera, qui ha sempre contato il lavoro, qui esistono le città fabbrica come Valle Mosso e Trivero, anche da qui si può ripartire per guardare con maggiore fiducia al nostro futuro. Se sarà vero che chi ha saputo mantenere il proprio sistema produttivo sarà in una posizione vincente, allora tutto il nostro lavoro, che ha saputo darci di che vivere ieri, sarà ancora lo strumento più forte su cui poggiare buona parte del nostro futuro.
Ci sarà futuro per tutti ?? Poniamocela questa domanda, io non ho paura di dirvi, perchè non mi interessano e so che anche a voi non interessano i discorsi celebrativi, che fra il 1960 e il 1980 solo a Valle Mosso la popolazione è passata da 6000 a 4500 abitanti e sappiamo che solo una parte di quelle famiglie ha spostato la propria abitazione dalla montagna al basso biellese, molti altri se ne sono andati, è stato un effetto indiretto anche dellallluvione del 1968. Forse anche oggi andrà un pò così, parliamoci chiaro, vorrei dire che sta già succedendo.
Preservare il fuoco, torno per concludere su questo concetto, significa a 40 anni dallalluvione, fare nostro oggi lo spirito che ci ha guidati nella ricostruzione. Se è vero che il cambiamento è inevitabile, di quel cambiamento dobbiamo essere protagonisti, dobbiamo ascoltare le nostre speranze come abbiamo saputo fare quarantanni fà.
Lunica cosa che ci deve fare paura è la paura, non la dobbiamo ascoltare.
Un saluto da parte mia e di tutti i Sindaci e gli amministratori del territorio alle famiglie delle vittime, alle autorità presenti e a tutti voi.
Vogliamo cominciare con le parole di Renè Fiorio operaio tessile biogliese, sindacalista e poeta locale, scritte in un dialetto ..... arcaico........
Allalba di domenica 3 novembre, passata la tragica nottata, giunge a Valle Mosso la colonna dei primi soldati della Centauro.
La ricordo ancora quella lunga colonna di soldati in fila indiana ,che attrraversano il centro del paese, eravamo ancora immersi nel buio, la mamma ci aveva svegliati, venite alla finestra a vedere... stanno arrivando i soldati per aiutarci.
Gran parte della notte lavevamo passata in piedi in Prelle a liberare per quanto possibile dal fango i negozi e la scala di casa e il marciapiede, e proprio il nostro essere per molte ore in strada quella notte ci aveva permesso di intuire cosa stava succedendo, era il medico dottor Franco Bozzo ad informarci con il suo andirivieni per il paese, per cui è stato insignito in seguito dal Comune di Valle Mosso... la casa crollata dai Piana con le sue vittime... la casa crollata a Campore con le sue vittime... la frana dellAlbergo Fiorina... il ponte caduto al Batur... erano le notizie più allarmanti.
Sono oggi con noi le rappresentanze di quei militari insigniti della Medaglia di bronzo al valore civile con le motivazioni che vi leggo: "In occasione di una violenta alluvione si prodigavano generosamente, con uomini e mezzi, in difficili ed estenuanti interventi di soccorso alle popolazioni colpite, contribuendo validamente a contenere e ridurre i disastrosi effetti della calamità".
Salutiamo il generale Fausto Rubicondo, ufficiale nel 1968 a capo del gruppo di genieri che ricostruì ponti e non solo nel biellese e nella nostra vallestrona, salutiamo lufficiale a capo del gruppo di rappresentanza dei Reparti del 131° Battaglione Genio Pionieri Ticino e della XXV Brigata Bersaglieri. Salutiamo ancora il Tenente Colonnello Ruocco, in rappresentanza dellArma dei Carabinieri e Capparoni in rappresentanza dei Vigili del Fuoco, tutti determinanti in quei difficili momenti di emergenza.
... Vi invito a salutarli con un affettuoso applauso anche oggi in occasione del 40° anniversario....
Più di 60 i morti, oltre 100 i feriti, 250 case distrutte, 300 famiglie senza tetto, più di 100 le aziende coperte dal fango, 13.000 i dipendenti senza lavoro, danni calcolati intorno ai 30 miliardi di allora; questi i freddi numeri della tagedia.
Le persone che hanno vissuto quei momenti hanno saputo ricostruire il paese e le loro vite, anche se ancora oggi i ricordi sono limpidissimi.
La memoria non è venerare le ceneri ma preservare il fuoco
è in qs. frase che si esprime lo spirito di questo 40° anniversario.
Quel preservare il fuoco che tanto ci sta a cuore, significa che il ricordo delle vittime e degli eventi, vuole proporsi come una rivisitazione del passato, ma anche come un momento propositivo per riprogettare il futuro, dando risalto ad alcuni aspetti emblematici di quella vicenda.
In quella drammatica situazione emerse la tenacia e la forza di volontà della gente attraverso la pronta opera di ricostruzione. La forza e la volontà di andare avanti con grande dignità di fronte all'incredibile dolore per la perdita di familiari ed amici.
Lalluvione e la voglia di ricostruzione, divennero slancio di modernizzazione delle aziende e delleconomia biellese.
La solidarietà di tanti giovani che da tutta Italia raggiunse la valle dello Strona per portare sostegno ed aiuto, divenne un valore su cui quella generazione di giovani costruì la propria identità.
Ma nulla è conquistato per sempre, non fanno eccezione i valori della solidarietà, della tenacia e della capacità imprenditoriale, ogni generazione li deve riconquistare per sè questi valori e se ne deve riappropriare. Ogni generazione deve saper PRESERVARE IL FUOCO acceso dalle generazioni che la hanno preceduta.
Su queste tracce si sviluppano gli eventi legati al 40° che intendono coinvolgere i cittadini biellesi, a partire dalle giovani generazioni che non hanno conosciuto quei tragici momenti ma che ne devono conoscere la portata e le azioni conseguenti, perchè diventino memoria collettiva di tutti, consapevoli come siamo che solo chi conosce profondamente il passato in cui si fondano le proprie radici è in grado di progettare un futuro credibile e fondato.
Viviamo tutti noi, in una valle che è in una fase delicata di cambiamento, che sta modificando in questi primi anni del nuovo millennio la sua identità.
Non nascondo le difficoltà che ci stanno di fronte, ci siamo considerati fino a pochi anni fa una sorta di città fabbrica, un luogo in cui il lavoro ha forgiato il territorio, la cultura ed il modo di vivere della gente, un luogo scandito dal suono delle sirene che ne hanno da 200 anni scandito i tempi di lavoro e di riposo.
Un territorio fondamentalmente operaio, di gente con le idee chiare che sempre si è assunta la responsabilità dei propri doveri e da sempre è consapevole dei diritti che ne devono derivare. Un paese di operai ricchi si potrebbe dire, di valori certo, ma anche di capacità economica che deriva da un lavoro qualificato ma anche stabile e duraturo nel tempo.
Oggi non è più così, la capacità delle imprese di dare lavoro è diminuita, alcune semplicemente hanno chiuso e altre ancora sono in un momento delicato della loro vita; resta la valutazione che in valle di Mosso esiste il cuore del tessile biellese, la filiera delleccellenza che può guardare con una certa fiducia al futuro, possiamo contare su una generazione di imprenditori molto legati al territorio che si stanno in questi anni spendendo molto per le loro aziende e per i loro operai e quindi per la nostra valle.
Ma certo è sempre più diffusa la precarietà del lavoro, che incide sul modo di vivere e sul modo di pensare e di affrontare la vita, in un territorio in cui, va detto, il 10% della popolazione proviene dallest europeo o dal sud del mondo, mischiando religioni e aspettative di vita diverse. Il rischio che corriamo, voglio essere molto chiaro con voi, è che questo territorio di operai possa diventare un territorio in cui si campa invece di avere lorgoglio di vivere come è stato fino ad ora. Serpeggia un disagio sociale che non è nel nostro DNA, si potrebbe dire lavoro precario uguale a modo di vivere precario in cui le priorità e anche i doveri si sfumano fino a perdersi, in assenza di diritti.
Condivisione è la parola chiave che la Valle di Mosso deve mettere al centro per pensare al futuro, o facciamo nostro il valore della condivisione delle responsabilità e dei progetti, o non facciamo linteresse della gente.
Per noi amministratori significa SAPER ASCOLTARE il territorio, inteso come entità imprenditoriale, sociale e culturale, e significa cambiare passo.
Mi spiego meglio, fino ad ora lo sviluppo era delegato alle imprese, alla capacità degli imprenditori; agli enti locali, Municipi in testa, era delegata la gestione dei servizi sociali, strade, scuola e quantaltro.
Da oggi non è più così, anche gli enti locali devono divenire in sinergia con le imprese, protagonisti nella progettazione di nuovi ambiti di svipuppo futuro; è un compito nuovo, difficile, ma è una fatto che dobbiamo cominciare a cimentarci con tutto ciò, privato è bello ma non basta più, lo abbiamo capito tutti da destra e da sinistra.
E guardate io oggi voglio parlare chiaro, stiamo vivendo in questultimo periodo, parlo degli ultimi mesi e delle ultime settimane, il momento più difficile della crisi che è planetaria ormai. Anche le aziende più forti e attrezzate a fronteggiare i momenti difficili, in questo periodo stanno subendo qualche contraccolpo, e non ne avevamo bisogno dopo gli ultimi 4-5 anni di grande difficoltà.
Tutto questo crea instabilità e paura nelle persone, che poi può sfociare nel risentimento, nella xenofobia che ci fa apparire come nemico tutto ciò che è diverso lo straniero così come il bimbo monello che non sa stare a scuola; può sfociare nella paura che SVUOTA IL FUTURO, nellincapacità di sperare e perfino di desiderare.
Leggevo nei giorni scorsi un corsivo di Marco Vitale sul Sole 24 Ore, esprimeva concetti che ho visto ripresi nei giorni successivi dal presidente UIB Donatelli, che sono interessanti e vorrei dire positivi per il nostro territorio biellese.
Il titolo era emblematico leconomia malsana, leconomia vera, Vitale parla di una nuova aristocrazia avida e selvaggia che si è instaurata negli ultimi 20 anni nel campo bancario e finanziario, che sta facendo pagare un conto spopositato a tutti noi, il talebanismo del mercato. Un mostro che va ricondotto alla ragione democratica, perchè la democrazia non è un concetto astratto ma un modo concreto di regolare la vita di tutti noi, tutti i giorni. La crisi dice ancora, serva per ripensare una strategia di supporto alle realtà produttive.
E il biellese, questo il nostro punto di forza, è una realtà manifatturiera, qui ha sempre contato il lavoro, qui esistono le città fabbrica come Valle Mosso e Trivero, anche da qui si può ripartire per guardare con maggiore fiducia al nostro futuro. Se sarà vero che chi ha saputo mantenere il proprio sistema produttivo sarà in una posizione vincente, allora tutto il nostro lavoro, che ha saputo darci di che vivere ieri, sarà ancora lo strumento più forte su cui poggiare buona parte del nostro futuro.
Ci sarà futuro per tutti ?? Poniamocela questa domanda, io non ho paura di dirvi, perchè non mi interessano e so che anche a voi non interessano i discorsi celebrativi, che fra il 1960 e il 1980 solo a Valle Mosso la popolazione è passata da 6000 a 4500 abitanti e sappiamo che solo una parte di quelle famiglie ha spostato la propria abitazione dalla montagna al basso biellese, molti altri se ne sono andati, è stato un effetto indiretto anche dellallluvione del 1968. Forse anche oggi andrà un pò così, parliamoci chiaro, vorrei dire che sta già succedendo.
Preservare il fuoco, torno per concludere su questo concetto, significa a 40 anni dallalluvione, fare nostro oggi lo spirito che ci ha guidati nella ricostruzione. Se è vero che il cambiamento è inevitabile, di quel cambiamento dobbiamo essere protagonisti, dobbiamo ascoltare le nostre speranze come abbiamo saputo fare quarantanni fà.
Lunica cosa che ci deve fare paura è la paura, non la dobbiamo ascoltare.
Il Sindaco
Giuseppe Tallia